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parole carnali di antonin artaud




8 luglio 2005
Parole carnali di Antonin Artaud
Sandro Cirilli
Scrive Bernard Noël che Artaud è «corpo di carta» destinato a rinascere «senza organi nel corpo vivente che
gli si è sacrificato», alludendo al corpo di Paule Thévenin, morta nel 1993 per lo stesso male che ha ucciso
Antonin, ma insieme rimandando a chiunque percepisca come quella che Artaud ci ha lasciato sia una eredità
materiale, una materia che si declina nella lettura trasformandosi in organi di senso e percezione. Artaud
vive, ora, come lo scrittore che ha reso evidente la dissociazione tra il pensiero e la materia, tra le istanze
intellettuali e il loro limite, legato alla condizione imperfetta e caduca del corpo ricevente. Artaud è presenza
viva, infine, per chiunque senta il peso di una società proibizionista e arrogante, decadente nella sostanza e
falsamente etica. Il primo merito di Artaud e Paule, il volume di Bernard Noël curato da Marco Dotti e
pubblicato dalle Edizioni Joker, consiste appunto nel rinnovare la vitalità dell’opera di Artaud, attraverso il
lavoro di Paule Thévenin e nell’indicazione di quel lavoro come accesso privilegiato all’opera del poeta che
lo stesso Artaud aveva per così dire invocato: «Chi sono/ Da dove vengo?/ io sono Antonin Artaud/ e che io
lo dica/ come io so dirlo/ vedrete il mio/ corpo attuale/ volare in frantumi/ e ricomporsi/ sotto dieci mila
aspetti notori/ un corpo nuovo/ che non potrete/ dimenticare mai più».
L’atteggiamento con il quale Paule Thévenin si dispone a tramandare le carte di Artaud, da questo punto di
vista, è di una fedeltà letterale. «Ciò che, se letto su una pagina stampata, poteva apparire strano, insolito,
impermeabile» – ricorderà in una delle sue rare interviste – «non lo sembrava più quando si ascoltava Artaud
leggerlo». Perché il modo in cui dava voce ai suoi testi allestiva una messa in scena a cui partecipavano sia il
corpo del poeta che quello di chi lo ascoltava. «E i soli veri atti teatrali a cui ho assistito» – aggiungeva –
«sono, senza ombra di dubbio, le letture che ho ascoltato da Artaud». Quelle letture e l’impressione che
dovettero suscitare si trasformarono presto in un infaticabile lavoro di decodifica, una ricerca dei «punti di
fuga aprospettici» che, liberando l’opera dai cliché più masticati, ne avrebbero messo in luce gli elementi di
attualità. E in un mondo ridotto malamente a superficie, nulla è più attuale di una «critica della
rappresentazione» condotta dall’interno, la critica mossa da un autore che viveva l’atto del rappresentare in
modo sofferto e totalizzante, confessando che «A partire da un giorno del 1939 non ho più scritto nulla senza
disegnare».
Ma il volume di Bernard Noël ci ricorda anche come uno dei motivi principali che rendono Paule Thévenin
la prima avente diritto alla trasformazione del testo nella «carne verbale» del poeta è, al di là di lutti i diritti
ereditario-burocratici, l’esperienza di una sorta di compenetrazione. Tra Antonin Artaud e la Thévenin il
piano esistenziale e quello artistico si compensano e si fondono: infatti, chi scrive e chi partecipa di quella
scrittura si uniscono, nella vita e nel testo.
Il lettore che vorrà introdursi tra quelle righe, dice allora Noël, dovrà esporsi al rischio di investirvi in termini
esistenziali e di abbandono, tuffarvi le mani e lasciarlo fluire come un corpo o un segno originario del quale
non si possiedono i precedenti. «L’alterità non è defunta», infatti, ma «attingibile» e la difficile eredità
raccolta da Thévenin consiste quindi nel rendere attingibile una parola, quella di Artaud, che non descrive la
realtà, ma la forma. L’investitura che fa di lei l’interfaccia ideale di Artaud potrebbe essere così racchiusa in
questa frase: «Io non so nulla» – dice un giorno Artaud a Paule Thévenin – «o piuttoslo so, il che è molto
pericoloso a dirsi, che non è il significato che crea le parole, ma le parole che creano il significato». Solo in
questa luce è possibile stimare la portata della riconoscenza che dobbiamo a una donna che, senza artifìci, ci
ha consegnato gli ultimi venti anni di lavoro di Artaud in modo integrale, in tutta la sua valenza lessicogrammaticale.
«Distaccare il suo pensiero come bene intellettuale portatile» – ammonisce Susan Sontag a
questo riguardo – «è proprio ciò che questo stesso pensiero vieta in maniera esplicita». Perché quel pensiero
è un «evento» e non un «oggetto» del quale ci sì possa appropriare, una forma dell’esperienza e non del
dominio, una serie do geroglifici che Marco Dotti suggerisce di chiamare «fogli mondo» e in cui la scrittura
e il disegno si scambiano ruoli essenziali, divenendo grafia antropomorfica e futuribile.
Nell’assistere Artaud, quindi, Paule Thévenin ha prestato soccorso a ogni lettore che instauri con lui un
rapporto esistenziale, teso, nella dissociazione tra il vivere e il sentire. Una dissociazione che non è altro se
non «una malattia da cui l’anima è affetta nella sua più profonda realtà e che ne infetta le manifestazioni. Il
veleno dell’essere. Una vera paralisi. Una malattia che toglie la parola, il ricordo, che estirpa il pensiero». E
che pertanto riscatta l’opera di Artaud dalla sua vicenda biografica, come mette in evidenza Noël, e ne esalta
il valore di preveggenza come denuncia della violenza insita in tutti quegli istituti, che come i manicomi,
sono totalizzanti. Aveva detto Artaud: «La società ha contro di noi la forza, beninteso, ma da dove le viene
se non dalla nostra adesione alla forza della società, e questo non è un fatto, è un’idea. È una semplice, falsa
idea dei nostri corpi che da così tanto tempo ci opprime, e che cosa aspettiamo a farla saltare?».
Il primo internamento di Artaud risale all’età di diciannove anni, quando il dottor Ferdière che lo aveva in
cura a Rodez scrisse di lui: «Dinnanzi a una persona così eccezionale non capisco bene il senso esatto di un
termine come quello di ‘guarigione’ e di una parola come quella di ‘salute psichica’». L’esitazione di
Ferdière è trasferibile al rapporto tra Artaud e i suoi lettori, animato da una funzione terapeutica che converte
la lettura in percezione e presa di coscienza. Riconoscere questa inversione significa emanciparsi dal mondo
che non ha saputo attribuirgli quello che lui definiva il «corpo unico», un corpo «da dove tutto, anche dio, fu
tirato fuori» e nel quale il poeta denuncia di essere stato «violentato a vita, insultato, offeso, sporcato,
inquinato, stronzato, sporcacciato giorno e notte». Perché «non c’è uomo senza più risorse che non sappia
trovare in Artaud di che rifarsi un’esistenza». Ed è proprio questa denuncia a rendere le pagine di Noël ancora
più opportune, le pagine in cui i destini insultati e offesi di Artaud e della sua amica si tornano a
intrecciare. «Anima ridotta come Artaud a una logorante oeuvre, au noir» – scrive a questo proposito Marco
Dotti – «Paule oggi sembra dimenticata da molti, abbandonata alla deriva di un oblio malizioso e crudele,
scalzata da nuove curatele, da nuovi canoni, da sconsolanti interpretazioni». Quasi non vi fosse più uomo
privo di risorse, allora, che non si illuda di trovare nella rimozione dell’infaticabile e fedelissimo lavoro di
Paule Thévenin un’ipoteca di salvezza.
postato da: seltre alle ore 19:34 | link | commenti (2)
categorie: antonin artaud, sandro cirilli